Giorno 1: Superman, regia di Richard Donner (1978)
Quello che inizialmente era uno scudetto, nel giro di alcuni anni,
è stato semplificato in un diamante a racchiudere la esse del nome. Continuando
a semplificare, il diamante, si rivela essere un triangolo con l'apice rivolto
verso il basso. Ironico. Sul petto dell'Uomo d'Acciaio il simbolo del
femminile.
Il primo film che ricordo con partecipazione è il Superman interpretato da Christopher
Reeve. Ha formato la mia idea di supereroe, un ideale a cui tutti possono
tendere come persone.
Mi piace particolarmente questa scena. I ruoli socialmente
precostituiti sono invertiti. Lei che agisce con forza. Blocca. Lui che,
nonostante la sua mole, si fa piccolo per entrare. Senza violenza ma con
fermezza.
Giorno 2: Ed Wood, regia di Tim Burton (1994)
Alla domanda “Che film mi consigli?”, con molta probabilità,
risponderò Ed Wood. Non so bene
perchè. Sarà per la passione che trasmette. Ce ne vuole tanta, ma davvero
tanta, di passione, per non aver smesso di fare una cosa che si ama pur
essendone considerato incapace. È questo che racconta questo film: la storia
del peggior regista di tutti i tempi. Ma il film di Tim Burton parla di
passione vera, di essere sé stessi e continuare a fare ciò che si desidera
fare.
Ed Wood è un film che mi trasmette gioia!
E poi c'è Bill Murray!...
Giorno 3: Ricomincio da capo, regia di Harold Ramis (1993)
Ci sono film che non stancano mai. Immagino che ognuno abbia
i suoi titoli feticcio. Ricomincio da
capo è uno di questi, per me. È il film della domenica pomeriggio, quando
ti mettevi in divano e accendevi la tv. Il film era già iniziato ma non
importava. Ti facevi accogliere dalla storia, partecipe di quel che ti stava
raccontando.
C'è Bill Murray che è irresistibile. Antipatico, sbruffone e
stronzo. Non gli importa per nulla di piacere, in realtà, non gli importa
proprio nulla degli altri. Eppure, da tutto questo pacchetto di difetti, ne
emerge la spontaneità che gli darà la possibilità di salvarsi attraverso il
rapporto sincero con chi si troverà davanti. Il protagonista è Phil ma quel che
ne rimane è Bill.
Giorno 4: A proposito di Davis, regia di Joel e Ethan Coen
(2013)
Questo è il primo titolo che non avevo previsto. Quando ho
iniziato ad annotarmi i film che avrei voluto disegnare, tra quelli dei
fratelli Coen, avevo scelto Non è un paese per vecchi e L'uomo che non c'era.
Il quattro mattina, senza alcun motivo particolare, ho avuto l'impulso di
rappresentare questo film disperato. Un musicista così preso dall'essere sé
stesso da non riuscire a fuggire dalla sua condizione di stronzo. È un'odissea
figurata e letterale, ma i Coen non sono nuovi all'utilizzo metatestuale di
quel poema, un’Odissea.
A volte ci si trova trascinati e, forse, la scelta migliore,
è lasciarsi trascinare. Probabilmente andrà male, ma da qualche parte si
arriverà.
Ma che poi io li odio i gatti eppure, ogni volta, finisco a
disegnarne almeno uno!
Giorno 5: L'estate di Kikujiro, regia di Takeshi Kitano
(1999)
Premessa: non ho riguardato i film
prima di disegnarli.
Posso dividere le pellicole che
preferisco in due categorie: i film che a me mi piacciono perchè mi hanno
lasciato qualcosa dentro (tendenzialmente visti da piccolo) e quelli che mi
piacciono perchè sono stati diretti da un determinato autore. Kitano è tra i
miei registi preferiti e ogni suo film mi ha colpito. Perchè ho scelto, tra
tutti i suoi film, L'estate di Kikujiro?
Non lo so. Manco lo ricordo bene questo film però mi fa ricordare tante
scene...
Ripenso a scene di mare. Ad un
ometto dall'oscuro passato. Un bambino. Silenzio. Il rapporto tra due persone
così lontane che trovano spazio nel silenzio. E Kitano riesce a raccontare
tutto questo.
C'è qualcuno che ha bisogno di noi.
E in questo bisogno altrui ritroviamo noi stessi. Abbiamo bisogno dell'altro.
Giorno 6: L'arte del sogno, regia di Michel Gondry (2006)
Credo capiti a tutti. Stai facendo colazione, o magari sei in
attesa al semaforo rosso o, ancora, ti dicono proprio quella parola e,
inaspettatamente, te ne ricordi! Quel sogno! Un'immagine, un'azione, una cosa
surreale che nel sogno sembrava la più sensata di questo mondo. Non ricordi
tutto il sogno ma solo qualche sprazzo. E una sensazione pervadente.
Con L'arte del sogno
di Michel Goundry (che i più ricordano per essere il regista del bel film con
il titolo adattato nell'odiatissimo Se mi lasci ti cancello) è stato come
ricordare un sogno. Era da anni che non ci pensavo e poi, mentre decidevo i
titoli dei film da disegnare, eccolo li.
Ricordo un movimento continuo, un incessante fluire tra sogno
e realtà. E una sensazione. Una bellissima sensazione.
Giorno 7: Tekkonkinkreet, regia di Michael Arias (2006)
I protagonisti di questo film d'animazione vengono chiamati i
Gatti. Sono Kuro e Shiro cioè Black e White, Bianco e Nero. La particolarità di
questo cartone animato giapponese è che è non stato diretto da un giapponese.
Mi piacciono i contrasti interni. Una storia che nella trama e nell'estetica
rifiuta ogni realismo ma è animata in modo da imitare il movimento di una
telecamera a mano. Tekkonkinkreet
(che titolo irresistibile!) vive, davvero vive!, di contrasti. Come i suoi due
protagonisti, Yin e Yang, Bianco e Nero. Uno serio e riflessivo, l'altro
allegro e spensierato. Ma l'uno senza l'altro non può vivere.
Aspetta un attimo! Ma sto parlando bene di un film su dei
gatti?!
Giorno 8: Visitor Q, regia di Takashi Miike (2001)
Questo film è proprio una mattonata dritta in testa. Un colpo
secco. Se sopravvivi ti ha reso più forte, forse.
Giorno 9: Drive, regia di Nicolas Winding Refn (2011)
Ci vuole sempre un motivo preciso? Boh. Questo film mi piace.
Non c'è molto altro da dire. Come il protagonista è di poche
così io nei confronti di questo film.
Son convinto di una cosa. Non per forza ci sono le parole. Un film funziona
quando scorre. Drive è un film che
scorre via, secco. Marcia e non si ferma fino alla fine. Tutto il resto è di
troppo. Non c'è altro da dire.
Giorno 10: Il corvo, regia di Alex Proyas (1994)
Inizialmente non è questa la scena che volevo rappresentare.
Pensavo allo scambio di battute tra Eric, il protagonista, e Albrecht
nell'appartamento di quest’ultimo. Queste ti uccideranno dice lo spettro mentre
tira una boccata dalla sigaretta del poliziotto. È una scena in cui due
persone, che si trovano in un mare di merda, cercano di tenere i toni leggeri.
Una bella scena la scena che volevo disegnare. Peccato non fossero mai inquadrati
assieme mentre io volevo che in ogni disegno ci fosse l'inquadratura su di una
coppia.
Il Corvo è stato il
mio film preferito dell'adolescenza. Tutto quel romanticismo darchettone! Ora
di anni ne son passati, non lo vedo più con gli stessi occhi, fortunatamente.
Mi focalizzo più su altri aspetti. I comprimari, quelli che son rimasti e che
devono sopportare da vivi il vuoto lasciato da una perdita.
Giorno
11: Scott Pilgrim vs. the World, regia di Edgard Wright (2010)
A parer mio, Scott
Pilgrim vs. the World, è un film tremendo. Forse mi sbaglio, ma ogni volta
che lo rivedo mi par che il protagonista ne emerga sempre peggio. Nel finale
del film ha fatto amicizia con Nega-Scott, la sua versione malvagia (classico
stereotipo di videoludica memoria). È un bravo ragazzo, afferma. Se il negativo
è quello “bravo” allora, il positivo, è l'opposto di un bravo ragazzo.
In questo film di bòtte, velocissimo, colorato e chiassoso i
personaggi sono avatar di un videogioco bidimensionale. Eppure vi si trovano
sfumature che danno tridimensionalità.
E una scena in cui tutto diventa bianco e due ragazzi si
possono parlare con calma.
Giorno 12: Calamari
Union, regia di Aki Kaurismäki (1985)
Ho provato più volte a scrivere qualcosa di interessante su
questo film. Mai una volta che ci sia riuscito. Allora dico (o meglio scrivo)
che, in questo film, c’è un gruppo di “bulli di periferia” che deve
attraversare Helsinki. E c’è uno che esce da un tombino. E un altro che ha
passato la notte su un albero. E un altro ancora che se ne sta sdraiato sul
cofano di un’auto mentre l’auto va. E poi c’è l’energia della musica che
solleva e crea legami.
E poi aggiungo solo che, forse uso il termine a sproposito,
però lo sento il più adatto: Calamari
Union è un film punk!
Giorno 13: Akira, regia di Katsuhiro Otomo (1988)
Altro film d'animazione. Ci son cresciuto io con l'animazione
giapponese. Quella seriale. Alcune serie le guardavo con mio papà. Erano
piuttosto violente ma, il fatto che anche lui le guardasse, mi dava la misura
giusta entro cui valutarle.
Facevo le medie quando vidi Akira per la prima volta, ero da solo. Lo stavo guardando ma, devo
dire, non ci stavo capendo molto. Quella musica assordante. Non un personaggio
bello. Bambini con la faccia da vecchi. E poi uno dei protagonisti che perde il
controllo del corpo diventando una massa di carne putrescente.
Ma cosa stai guardando!?, è mio papà sulla soglia del salotto
di casa che me lo chiede. Quella domanda mi ha fatto capire che avevo
travalicato una certa soglia. Sapevo che non era sbagliata ma era difficile
capire a cos'era dovuta quella sensazione perturbante.
Riguardo Akira con una certa frequenza. L'ho pure visto due
volte al cinema in questi anni. Eppure, ad ogni visione, si semplifica sempre
più. Questi tempi. Questo mondo. Le persone che siamo. Tutto è per quei
ragazzini che eravamo.
Giorno 14: Lost in traslation, regia di Sofia Coppola
(2003)
C'è Tokyo, Scarlett Johanson e Bill Murray. Cosa posso
chiedere di più da un film?
Giorno 15: Lo chiamavano Trinità, regia di E.B. Clucher
(1970)
Lo chiamavano Trinità
nel 2020, l’anno in cui l’ho disegnato, compie cinquant'anni. Dopo tutti questi
anni io e tante persone che conosco, ad ogni sua replica in tv, ce lo
riguardiamo con gioia! Mi chiedo cos'ha di speciale?
Recentemente ho letto che Terence Hill, per prepararsi alla
scena in cui mangia i fagioli, digiunò per 36 ore (fonte cinefacts.it). Il
cuore del film è il rapporto tra Trinità (Terence Hill) e Bambino (Bud
Spencer). Come già detto per Bill Murray, la prova attoriale, a volte, si fonde
perfettamente con il personaggio. Interprete e interpretato arrivano allo
spettatore come una cosa sola. Forse è per questo che un campo del Lazio
diventa il Lontano West. Un cazzotto in testa è più forte di un colpo di
pistola. Due persone così diverse fra loro sono la coppia di amici ideale per
quel ragazzino che dovrà crescere.
Giorno 16: Luci della
ribalta, regia di Charles Chaplin (1952)
Già il fatto che, in questo film, ci siano Charlie Chaplin e
Buster Keaton che recitano assieme dovrebbe bastare per convincere chiunque
della qualità di quest’opera. È uno
degli ultimi film diretti da Chaplin. Vi dimostra piena maturità artistica.
In Luci della ribalta, Chaplin, interpreta
un vecchio clown che ha perso le speranze verso sé stesso ma che mette in gioco
tutto quello che gli resta per una ragazza che riconosce essere piena di
talento e meritevole di fiducia. È un’opera che trasuda passione e sentimento.
“Il mondo lo salverà
la bellezza” è stato scritto. Con questa pellicola Chaplin ce l’ha dimostrato.
Giorno 17: Robin Hood, regia di Wolfgang Reitherman (1973)
Vive nella foresta, si arrangia con quel che la natura gli
mette a disposizione. Affronta la vita con i suoi compagni. Ha un migliore
amico con cui si diverte tutto il giorno. E un amore puro per una donna che
nonostante la distanza le resta fedele e a cui pensa sempre. È un eroe
archetipico, dai mille volti e che un ragazzino può guardare solo con
ammirazione. Dell'impero Disney di tutto si può dire, eppure, con i tanti film
che ha prodotta, ha saputo lasciare un segno nell’immaginario comune.
E va bè, Robin Hood
è il film Disney che preferisco.
Giorno 18: Come in uno specchio, regia di Ingmar Bergman
Ma che posso dire su questo film? Che posso dire su un film
di Bergman?! Nulla di meritevole, posso dire.
Paolo Nori, riferendosi a grandi autori come Dostoevskij,
parla di “abbracciare l’inabbracciabile”. Bergman è inabbracciabile.
INKtober 2020 è stato anche un pretesto di esercizio per
studiare la composizione delle inquadrature. Cerco di allungare queste mie
braccia.
Giorno 19: Tetsuo : The Iron Man, regia di Shin'ya
Tsukamoto (1989)
Ci sono film che sono in prima istanza un'esperienza. Prima
della trama, dei personaggi, del senso viene l'esperienza dell'opera. Quell'opera.
Tetsuo: The Iron Man è opera da
esperire, rifiutando la ricerca del significato che emerge solo accentando le
sensazioni disturbanti che fa emergere.
Questo non è un film per tutti ma è un film che merita di
essere affrontato.
Giorno 20: Cul-de-sac,
regia di Roman Polański (1966)
Mi è capitato, a volte, di guardare un vecchio film quasi con
un senso di obbligo. Lo inizio non aspettandomi di riuscire ad apprezzarlo. È
così vecchio. Sarà noioso. Sarà difficile per me!
E invece, mentre lo guardo, mi ritrovo a ripetere tra me e me
“Ma quanto è bello?! Ma non hanno inventato gnente dopo di questo!”
Non sto dicendo che Cul-de-sac di Roman Polański si un
capolavoro, non lo penso e comunque non ho i mezzi per affermalo. Cul-de-sac è
una grandissima opera in cui Roman Polański, all’epoca giovanissimo regista,
mette in scena una storia che sorprende nel suo essere diretta e senza mezzi
termini. Una coppia che si ritrova in un luogo isolato con un estraneo che
incombe a minare il loro precario equilibrio. Ruoli che si ribaltano.
E quella scena, in cui un inetto abbraccia quasi a contenere
completamente la compagna. La prospettiva da cui guardiamo rende la mano
enorme.
Giorno 21: Palombella
rossa, regia di Nanni Moretti (1989)
Che bel titolo, Palombella
rossa.
Le parole sono importanti.
Giorno 22: Le avventure acquatiche di Steve Zissou, regia
di Wes Anderson (2004)
Io mica ce la faccio a scrivere qualcosa su questo film. Però
ne posso parlare, se vuoi.
Giorno 23: Porco
Rosso, regia di Hayaio Miyazaki (1992)
Difficile scegliere un film tra quelli diretti da Miyazaki. I
suoi film d’animazione son sempre vivi, caldi e palpitanti (cartoni animati nel
vero senso della parola). Son tutti belli. Forse qualcuno si ingarbuglia un po’
troppo a livello di trama ma, l’esecuzione, è sempre ineccepibile. Ho disegnato
Porco Rosso perché ho un debole per
questo film. Mi piace il fatto che il protagonista sia maledetto con una faccia
di maiale ma, nonostante ciò, non mostra mai vittimismo né pentimento per le
sue scelte passate. Ci mette la faccia in tutto quel che fa, a prescindere da
quale faccia sia.
E poi c’è quella scena, in cui rivela il suo vero volto, lei,
nel dormiveglia lo scorge per quel che realmente è. Lui non sa di essere visto
per quel che veramente è.
Giorno 24: Charlot (Chaplin), regia di Richard
Attenborough (1992)
Sono cresciuto guardando in tivù i film di Charlot e le
comiche di Stanlio e Olio. Spesso li guardavo con mio nonno. Lui ne era
appassionato, faceva l'imitazione di Charlot alle feste di paese e, quando ero
molto piccolo, faticavo a distinguere lui dal personaggio sullo schermo (anche
se data la sua stazza avevo il dubbio fosse Olio). Parte della sua passione
deve essermi stata trasmessa per osmosi. Ancora oggi resto ammaliato dalle
movenze del Vagabondo.
Il film biografico di Attenborough ha il pregio di raccontare
l'uomo dietro la maschera. Mostra, anche, i difetti e le mancanze di una
persona che ha realizzato dei capolavori. Non mi ha rovinato la fascinazione
per i suoi film ma, anzi, col tempo, ho apprezzato sempre di più il fatto che
nonostante i suoi difetti e mancanze fosse riuscito a raccontare senza parole
l'animo umano.
Giorno 25: Excalibur, regia di John Boorman (1981)
Pur non avendola mai approfondita seriamente ho sempre subito
il fascino dell’epica. La saga di re Artù poi… Un aspetto che fin da piccolo mi
colpiva era il fatto che non ci fosse una versione univoca della storia. Libri,
fumetti, film, serie animate. Ognuno raccontava una versione sempre un po’
diversa della stessa saga.
Avevo circa otto anni quando vidi per la prima volta Excalibur di Boorman. Mio papà mi aveva
avvisato di non aspettarmi qualcosa di simile ai cartoni animati del Principe
Valiant che stavo guardando in quel periodo. Pensava che probabilmente non mi
sarebbe piaciuto.
E invece mi piacque, e tanto! C’erano si i buoni ma erano
corrotti dal potere. E le armature scintillanti creavano solo più contrasto con
lo sporco e il sangue. E la magia c’era ma era sempre impalpabile.
Sentivo di aver assistito a una storia adulta e vera. Mi era
proprio piaciuto quel film.
Però mio papà si è accorto dello spavento avuto quando, la
bella Morgana, consumata del proprio potere a causa della sfida con Merlino,
sbuca fuori dalla nebbia rivelando il suo vero aspetto cadaverico. Lui, alla
mia reazione, ha sorriso. Mi ha fatto capire senza parole che non c’è nulla di
male a spaventarsi.
Giorno
26: Match Point, regia di Woody Allen (2005)
Ho contato cinquanta pellicole nella filmografia come regista
di Woody Allen ma non sono sicuro sia il numero preciso. Ho visto più della
metà di questi film ma non saprei dire il numero preciso. Match Point è il suo primo film che ho guardato con consapevolezza.
O meglio, inconsapevolmente. Non sapevo che Match Point fosse un film di Woody Allen.
A volte ci si crea un’idea su un autore pur non conoscendolo.
Non mi interessavano i film di Allen. Mi aspettavo un comicuccio banale e un
po’ volgare. Ho trovato un autore con una visione personale e lucida sul mondo
di cui fa esperienza.
Giorno 27: Gli
abbracci spezzati, regia di Pedro Almodovar (2009)
Quando penso a Almodovar penso al colore rosso. I suoi film
si riconoscono subito. Per me, che nel disegno ragiono in bianco e nero, le sue
pellicole sono folgoranti. Un mistero cromatico in cui il rosso ne è sempre il
fulcro.
Sono diversi i film di Almodovar tra cui avrei potuto
scegliere. Ma c’è quella scena de Gli
abbracci spezzati che volevo disegnare e, magari, capire. Ma il bianco e
nero può capire il rosso?
Giorno 28: Paura e delirio a Las Vegas, regia di Terry
Gilliam (1998)
Inizia con un macchinone sparato nel deserto e ci sono i
maledetti pipistrelli tutt'attorno. Un grassone guida, è un avvocato. L’altro è
un giornalista, almeno così dice. Arrivano a Las Vegas e ci sono lucertoloni al
bar. E si continua ad elencare le droghe che quel tipo che si definisce
giornalista butta giù. E son colori. E rumore. E facce strane. E inquadrature
distorte. E non capisco qual è il filo della trama ma sembra che il
protagonista lo sappia e pure Terry Gilliam, il regista, lo sa, forse. Ed è un
caleidoscopio di immagini che mi incatenano. E non capisco nulla ma mi piace. E
si arriva a metà del film. Tutto si ferma, si calma. Cambia il ritmo. Il cuore
si cheta. Sale il magone. Non ho vissuto nulla di tutto quello: gli anni
sessanta, la rivoluzione giovanile, il vietnam.
Gilliam riesce a farmi sentire tutto quello.
E me lo dice che “nessuna spiegazione, nessuna miscela di
parole, musiche, ricordi, poteva toccare la consapevolezza di essere stato
là...“
Giorno 29: I 7
samurai, regia di Akira Kurosawa (1954)
Fossi un tipo pigro farei copia e incolla con quello che ho
scritto riguardo a Bergman.
Ma sai cosa? Io son proprio pigro e manco copia e incolla
faccio.
Giorno 30: Paprika, regia di Satoshi Kon (2006)
Quando ripenso a Satoshi Kon, il regista di Paprika, mi sento sempre un po' in
colpa. Sono dispiaciuto per la sua morte prematura ma, il dispiacere, è in
primo luogo dovuto al pensiero di tutti quei film che ancora avrebbe potuto
realizzare e che ci son stati negati. Si, sono il peggiore.
Paprika è stata una
visione fulminante. Un orgasmo visivo, come mi piace definirlo.
Non ricordo come arrivai ad acquistarne il dvd, ma ricordo
l'estrema sorpresa avuta alla prima visione. Sorpresa che continuo ad avere ad
ogni visione.
È un caleidoscopio d'immagini. Prende il tema del sogno come
pretesto per parlare dell'arte cinematografica. Ma, il cinema, non è altro che
uno dei tanti modi per raccontare. La realtà è plasmata dal racconto che ne
facciamo. Come persone ci raccontiamo a vicenda.
C'è una scena che mi piace particolarmente. Racconta il
rapporto tra la fredda e pragmatica protagonista e un grasso scienziato
sognatore. C'è un momento di tenerezza tra i due dopo che lui le è caracollato
addosso. Ma noi non vediamo il momento. Satoshi Kon ci fa vivere quel momento
mostrandoci il sogno basato sul ricordo dello stesso.
Qualcuno ha detto che siam fatti della stessa sostanza di cui
son fatti i sogni.
Siamo fortunati perchè Kon c'ha lasciato i suoi.
Giorno
31: Broken flowers, redia di Jim Jarmusch
“Lo sai che io non mi vedo la faccia?”
Avevo sei anni? Probabilmente meno. Mi è rimasta ben impressa
l'espressione di Andrea a questa mia osservazione.
Durante il mese ho deciso di concludere con questo film e la
sua inquadratura finale. Una provocazione a rompere la rappresentazione
giornaliera di una coppia. Un primo piano di Bill Murray. Il protagonista Don
rimasto solo.
Ma in realtà ancora di una coppia si tratta. Non mi ero
accorto con chi si stesse scambiando lo sguardo.
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